Archivio della categoria: Temples

I Templi della Valle dei Templi di Agrigento

Tempio di Iside

Non si conoscono le preesistenze ellenistiche insistenti nell’area del
terrazzo
settentrionale dell’agorà superiore in contrada San Nicola, ma di
esso
è
stata ben portata in evidenza la sistemazione di un’ara sacra
iniziata in età augustea
con modifiche attuate nel corso del I–II sec. d.C. Essa consiste in
un triportico delimitante
una piazza di m 60 x m 36, su cui si erge un tempio con podio.
Il tempio, probabilmente dedicato alla dea Iside, si compone di cella e
pronao ad avancorpo su podio.
La lunghezza complessiva dell’edificio è di m 18,00 x 7,60; e l’altezza
massima conservata
relativa al basamento è di m 1,50.
Al podio si accedeva mediante due rampe laterali di nove gradini
contenuti tra l’aggetto laterale del
muro nord del podio medesimo e il muro di spalla sagomato a volute.
Probabilmente il tempio aveva una cella
indivisa su basamento con pronao ad avancorpo più largo è aggettante sui
lati e con sei
colonne sulla fronte e due laterali. La trabeazione presenta un fregio
dorico.
Il triportico aveva un numero complessivo di 62 colonne a fusto liscio
intonacato e due mezze colonne
terminali. Il portico è largo m 4,80. Interessante è il blocco del
fregio dorico del portico,
costituito da metope alternate a triglifi, con l’inserimento di un
elemento a rilievo liscio che,
con un intervallo di due triglifi, si sostituisce al triglifo stesso.
Portico e tempio sono di età tardo augustea-tiberiana;
La costruzione dalle rampe laterali di accesso si pone nel corso del II
sec. d.C.
Il complesso monumentale è rimasto in vita sino oltre la fine del IV
sec. d.C., finchè
sopravviene il suo abbandono: avvenimento da porre verosimilmente in
relazione con il sacco di Genserico
del 440 d.C.

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Tempio di Demetra

Nella parte orientale della città, sul fianco del ripido pendio con cui
si conclude la Rupe Atenea nella valle del fiume Akragas (oggi torrente
San Biagio),
si trova il tempio di Demetra. L’edificio, costruito in calcarenite
locale,
è di ordine dorico (480-470 a.C.) e presenta una pianta semplice, senza
colonnato,
con vano rettangolare (cella) e atrio di accesso con due colonne
antistanti.
Il tetto era decorato da gocciolatoi per l’acqua piovana a forma di
teste di leone.

Parte dell’elevato del tempio venne incorporata nella chiesa
medievale di San Biagio,
mentre le fondazioni sono ancora parzialmente riconoscibili dietro
l’abside della chiesa.
Poco distante sono visibili due altari rotondi con pozzo centrale che,
al momento del rinvenimento,
erano ricolmi di ex-voto. Sul terrazzo sottostante il tempio, fuori la
cinta muraria,
si trova il cosiddetto Santuario rupestre dedicato anch’esso al culto
demetriaco.
Il tempio era collegato alla Rupe Atenea, l’antica acropoli della
città,
da una strada di cui sono ancora visibili i segni delle carreggiate
sulla roccia e sovrastava
il settore monumentale delle fortificazioni di Porta I.

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Santuario delle divinità Ctonie e Tempio dei Dioscuri

Demetra e Persefone, madre e figlia, protettrici della fecondità
della natura e dell’uomo,
erano chiamate dai Greci divinità ctonie, ovvero divinità della
terra.
Il loro culto era così diffuso in tutta la Sicilia che gli autori
antichi definivano
l’Isola “dono di nozze a Persefone da parte di Zeus” e la stessa
Akragas era detta “la terra di Persefone”.

Nel settore occidentale della Collina dei Templi si estendeva una
immensa
area sacra dedicata al culto delle due dee, suddivisa in tre
terrazzi contigui che
sovrastavano la Kolymbethra, la “magnifica piscina” realizzata
durante il V sec. a.C.
in cui confluiva una complessa rete di acquedotti. Lo studio dei
resti archeologici e
degli oggetti rinvenuti ha permesso di ricostruire i diversi momenti
del rituale religioso
che era celebrato soprattutto da donne e che è attestato dalla
fondazione della colonia
(VI sec. a.C.) sino ad epoca ellenistica (IV-II sec. a.C.).

I devoti che giungevano al santuario entrando da Porta V,
probabilmente acquistavano
gli ex-voto presso le botteghe dei ceramisti addossate fuori dalle
mura e pervenivano
nel terrazzo a Est della porta dove iniziavano il percorso rituale
con le offerte e
la visita ai tempietti e alle sale di accoglienza e riunione del
portico.
Il culto continuava nell’attiguo terrazzo dove si trovavano diversi
tempietti,
recinti e altari per la celebrazione dei sacrifici di animali che si
svolgevano
tra canti e profumi d’incenso; dopo il sacrificio la carne
dell’animale veniva
cucinata e mangiata sul posto da tutti i devoti. Nell’estremo
terrazzo occidentale,
occupato solo da poche strutture e da alcuni basamenti che
sostenevano statue dedicate alle dee (donari),
si concludeva l’itinerario cultuale con canti, danze e l’offerta di
deposizioni di
piccoli oggetti – vasi, lucerne o statuette in terracotta – entro
buche scavate nel
terreno e protette da pietrame. Da quest’area proviene una testina
in terracotta,
databile al VII sec. a.C., che costituisce la testimonianza più
antica del culto
per le due divinità.

Nel terrazzo mediano si trova il tempio tradizionalmente detto dei
Dioscuri,
di cui è visibile la ricostruzione dell’angolo nord-ovest eseguita
nel 1836 dalla
Commissione delle antichità della Sicilia. Il tempio, costruito in
calcarenite locale, è
di stile dorico (480-460 a.C.) e presenta una pianta simile a quella
degli altri templi agrigentini
con sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi.

L’intervento di restauro ottocentesco ne ha fortemente compromesso
l’aspetto originario,
poichè sono stati messi insieme elementi architettonici pertinenti a
fasi cronologiche diverse,
come i gocciolatoi per l’acqua piovana a forma di testa di leone che
risalgono ad epoca ellenistica.

Poco più a Sud si trova il cosiddetto Tempio L, di cui restano solo
la trincea di fondazione e
una grande quantità di tamburi di colonne; inoltre sono visibili le
rovine dell’altare antistante al tempio destinato ai sacrifici.

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Tempio di Asclepio

Asclepio, il dio greco della medicina chiamato dai Romani Esculapio,
era venerato ad Akragas in una grande area sacra (metà IV-II sec. a.C.)
comprendente diversi edifici per il culto e lo svolgimento dei rituali
terapeutici,
così; come era consuetudine anche nelle altre località del Mediterraneo
poiché i devoti che vi affluivano erano soprattutto ammalati.

Secondo un’ipotetica ricostruzione, i pellegrini che giungevano nel
santuario
agrigentino sistemavano i carri e le bestie con cui erano arrivati e
acquistavano
gli ex-voto fabbricati sul posto nelle strutture del complesso di
Nord-Est e quindi
iniziavano l’itinerario cultuale e terapeutico con riti di purificazione
presso la fontana.
Il percorso continuava con offerte di ex-voto nei pozzetti e nel
tempietto (sacello)
composto da due vani – pronao e cella con teca centrale (thesauros) – e
poi con la visita degli altri edifici.

Il tempio é di stile dorico, suddiviso all’interno in un atrio di
ingresso (pronao) preceduto
da due colonne e in un vano rettangolare (cella) la cui parete
posteriore é caratterizzata
esternamente da due mezze colonne scanalate; ai lati della porta della
cella, le scale di
accesso al tetto decorato da gronde a teste di leone. Negli edifici
porticati sui
lati ovest e nord del santuario si trovavano ambienti di soggiorno e
sale di cura;
nel portico di Nord-Ovest é stato individuato il vano chiamato abaton
dove si svolgeva il rito dell’incubazione.
Tale rituale consisteva nel dormire nell’abaton attendendo, durante il
sogno,
la visione del dio che suggeriva un rimedio curativo o procurava una
guarigione miracolosa.
Dinnanzi al portico la presenza di una grande cisterna e di un recinto
con altare indica lo
svolgimento di altre cerimonie sacre. Nello spazio libero tra i diversi
edifici si é ipotizzata,
a seguito di studi sui pollini prelevati durante gli scavi archeologici,
l’esistenza di un boschetto
di querce e olivi recentemente piantati a cura del Parco (POR
2000-2006).

Tra gli ex-voto rinvenuti vi sono i “votivi anatomici” in terracotta,
tipici del culto di Asclepio,
che rappresentano in scala ridotta parti del corpo umano dedicate al dio
come ringraziamento o
preghiera per una guarigione ottenuta o richiesta. Numerosi restauri
sono stati eseguiti a partire
dal 1926, quando, su iniziativa del capitano inglese Alexander
Hardcastle e di Pirro Marconi,
fu demolita la casa colonica fondata sopra il tempio, sino agli ultimi
interventi di tipo statico
e conservativo delle superfici lapidee effettuati dal Parco (POR Sicilia
2000-2006).


Le fonti letterarie

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Tempio di Athena

Sulla collina di Girgenti, sorgeva un tempio dorico periptero, con
pronao ed epistodomo, risalente al 2° quarto del V sec. a.C.
la cui attribuzione ad Athena rimane incerta. Il tempio risulta
inglobato nella Chiesa
medievale oggi denominata di Santa Maria dei Greci, e di esso è ancora
visibile parte
del basamento e di alcune colonne della peristasi settentrionale e
meridionale,
incorporate nelle pareti della Chiesa, mentre sono andate perdute quelle
della fronte orientale e occidentale.

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Tempio di Vulcano

Il tempio, costruito in calcarenite locale, sorge su uno sperone
roccioso a Ovest della
Collina dei Templi ed è separato dal Santuario delle Divinità Ctonie
(della terra) dal
taglio naturale della Kolymbethra, la “magnifica piscina” realizzata
durante il V sec. a.C.
in cui confluiva una complessa rete di acquedotti.

La tradizionale denominazione è solo convenzionale e deriva
dall’interpretazione di un
brano di un autore latino che colloca in questa zona un Collis
Vulcanius, cosiddetto
forse per la presenza di sorgenti di zolfo. L’edificio, di stile dorico
(450-425 a.C.),
poggia su un basamento di quattro gradini e presenta sei colonne sui
lati brevi e tredici
sui lati lunghi caratterizzate da scanalature con spigoli appiattiti.

L’interno del tempio era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella),

in cui sono visibili le fondazioni di un tempietto più antico (VI sec.
a.C.),
era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano
posteriore (opistodomo).
Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dal 1928-29 quando,
su iniziativa del capitano inglese Alexander Hardcastle, furono rimosse
le case coloniche
addossate al tempio, sino agli ultimi interventi di tipo statico e
conservativo delle
superfici lapidee effettuati dal Parco (POR Sicilia 2000-2006).

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Tempio della Concordia

Il tempio deve la sua denominazione ad un’iscrizione latina con
dedica alla Concordia degli Agrigentini rinvenuta nelle vicinanze ma
che
non ha con esso alcuna relazione.

L’edificio, costruito in calcarenite locale,
è di stile dorico (440-430 a.C.), poggia su un basamento di quattro
gradini e
presenta sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi.
L’interno era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella) era
preceduto
da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore
(opistodomo),
questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta
della cella si
trovano le scale di accesso al tetto.

L’interno e l’esterno del tempio erano ricoperti
da un rivestimento di stucco bianco sottolineato da elementi
policromi.
Le dodici arcate ricavate nei muri della cella e le tombe scavate
nel pavimento
sono dovute alla trasformazione del tempio in basilica cristiana,
grazie alla quale l’edificio deve il suo ottimo stato di
conservazione.
Infatti, secondo la tradizione, verso la fine del VI sec. d.C. il
vescovo
Gregorio si
insediò nel tempio e lo consacrò ai Santi Apostoli Pietro e Paolo,
dopo aver scacciato i
demoni pagani Eber e Raps che vi risiedevano.

La persistenza di una duplice dedica ha fatto pensare ad alcuni
studiosi che
originariamente il tempio fosse dedicato ai Dioscuri Castore e
Polluce.
Sulla roccia affiorante a Ovest del tempio si estendeva la necropoli
paleocristiana
(III-VI sec. d.C.) correlata alla trasformazione dell’edificio in
basilica,
comprendente un vasto settore di sepolture all’aperto (sub divo)
scavate nel banco
roccioso e un’ampia catacomba comunitaria con vari ipogei destinati a
nuclei familiari;
a Est del tempio sono visibili una serie di tombe ad arcosolio
ricavate nello spessore
del costone roccioso che aveva costituito la base delle
fortificazioni di età greca.

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Tempio di Giove

Il tempio di Zeus o Giove Olimpico, costruito in calcarenite locale, è
uno dei pochi edifici sacri agrigentini di cui è sicura l’attribuzione
alla
divinità ed era il più grande tempio dorico dell’Occidente.

L’edificio è noto da due fonti antiche. Polibio (II sec. a.C.) ne parla
nella sua
opera storica e lo descrive come incompiuto e Diodoro Siculo (I sec.
a.C.) fornisce u
na descrizione dettagliata del tempio, che risulta, però, in alcuni
punti problematica.
Sulla base di questo passo la realizzazione del tempio viene collocata
dopo la vittoriosa
battaglia sui Cartaginesi ad Himera nel 480 a.C.

Le più recenti indagini mettono in discussione questa datazione poichè
il progetto del
tempio di Giove Olimpico si discosta da quelli del tempio di Atena a
Siracusa e del
tempio di Himera, entrambi realizzati dopo l’accordo di pace del 480
a.C. Non
è escluso, pertanto,
che la progettazione del tempio e l’inizio dei lavori per la sua
realizzazione vadano
collocati in un periodo precedente e si possano mettere in relazione con
l’inizio della
tirannia di Terone (488-472 a.C.).

I resti monumentali oggi visibili sono ciò che rimane a seguito delle
distruzioni
di epoca antica e recente, come quella avvenuta nel XVIII secolo quando
le rovine divennero
cava di pietra per la costruzione del molo di Porto Empedocle (1749-63).

Il grandioso edificio era collocato su una imponente piattaforma
rettangolare su cui si
ergeva un basamento (crepidoma) di cinque gradini, di cui quello
superiore, alto il doppio dei restanti,
formava una specie di podio che separava nettamente l’altezza del tempio
dall’ambiente circostante.
Al posto del consueto colonnato aperto (peristasi) vi era un muro di
recinzione rafforzato
da semicolonne doriche (pseudo-peristasi), sette sui lati brevi e
quattordici su quelli lunghi,
a cui corrispondevano, nella parte interna, pilastri rettangolari.
Internamente il tempio era
diviso in tre vani: quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di
ingresso (pronao) e
seguito da un vano posteriore (opistodomo), delimitati da muri
perimetrali scanditi da dodici
pilastri sporgenti all’interno. Elementi della decorazione
architettonica della parte superiore del tempio
(trabeazione) sono presenti tra le rovine, come i frammenti del frontone
scolpito che,
secondo la descrizione di Diodoro Siculo, era decorato su un lato da una
gigantomachia e
sull’altro dalla presa di Troia. Una delle caratteristiche più singolari
del tempio sono i
Telamoni alti circa 8 metri, gigantesche figure mitologiche maschili che
sostenevano la trabeazione.
Spesso i Telamoni sono interpretati come simbolo dei “barbari”
Cartaginesi sconfitti.

Dinnanzi la fronte orientale del tempio, ad una distanza di circa 50
metri, sono
visibili i resti di un altare monumentale con scalinata che conduceva
alla piattaforma per i sacrifici.

Numerosi scavi e studi per ricostruire l’aspetto originario del tempio
sono stati eseguiti a partire dall’inizio del 1800,
sino alle recenti indagini affidate dal Parco all’Istituto Archeologico
Germanico di Roma (POR Sicilia 2000-2006). 

Le fonti letterarie

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Tempio di Giunone

Il tempio, la cui attribuzione a Giunone è dovuta ad una erronea
interpretazione
di un brano di un autore latino, è costruito in calcarenite locale e
sorge in posizione dominante presso l’estremità orientale della Collina
dei Templi.

L’edificio, di stile dorico (450-440 a.C. ), poggia su un basamento di
quattro gradini e
presenta sei colonne sui lati brevi e tredici sui lati lunghi.
L’interno era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella) era
preceduto da un
atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore
(opistodomo),
questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta della
cella si
trovavano le scale di accesso al tetto. Il basamento con tre gradini
sul fondo della
cella fu aggiunto in epoca successiva. La superficie di alcuni blocchi
arrossati mostra i segni
dell’incendio forse riconducibile alla distruzione di Akragas compiuta
dai Cartaginesi nel 406 a.C.

Sul lato est si trovano i resti dell’altare monumentale preceduto da
una scalinata di dieci
gradini che conduceva al piano dove si celebravano i sacrifici.

Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dalla fine del XVIII
secolo,
quando furono risollevate le colonne del lato nord, sino agli ultimi
interventi di tipo
statico e conservativo delle superfici lapidee effettuati dal Parco
(POR Sicilia 2000-2006).

A Ovest del tempio si trova Porta III – di cui oggi rimane ben poco a
causa della frana di parte del costone
roccioso – originariamente aperta in una rientranza obliqua rispetto
alla linea delle
fortificazioni e percorsa da una carreggiata stradale ancora visibile.
Il sistema difensivo risalente
alla fine del VI sec. a.C. fu rinforzato durante il IV sec. a.C. dalla
costruzione,
a Nord-Est della porta e del tempio, di un imponente torrione di cui
oggi rimane parte del crollo dell’elevato.


Le fonti letterarie

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Tempio di Ercole

Il tempio, la cui attribuzione ad Ercole si deve a una testimonianza di Cicerone ritenuta generalmente attendibile, è il più antico dei templi di Agrigento e si data nella sua fase originale alla fine del VI sec. a.C.

L’edificio, costruito in calcarenite locale, è di stile dorico e poggia su un basamento di tre gradini e presenta sei colonne sui lati brevi e quindici sui lati lunghi. L’interno era suddiviso in tre vani: quello centrale (cella) era preceduto da un atrio di ingresso (pronao) e seguito da un vano posteriore (opistodomo), questi ultimi avevano due colonne antistanti; ai lati della porta della cella si trovavano le scale di accesso al tetto che era decorato da gocciolatoi per l’acqua piovana a forma di teste di leone. A Est del tempio, i resti di un altare monumentale. Durante l’età romana la cella fu suddivisa in tre vani, forse perchè ad Ercole fu associato il culto di altre due divinità; una di queste potrebbe essere stata Esculapio (Asclepio), di cui si è rinvenuta una statua di marmo di età romana proprio all’interno della cella modificata.

Numerosi restauri sono stati eseguiti a partire dal 1921 quando, su iniziativa del capitano inglese Alexander Hardcastle, furono rialzate otto colonne del lato sud sino agli ultimi interventi di tipo conservativo effettuati dal Parco (POR Sicilia 2000-2006).

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